Lipedema

Il lipedema è una patologia caratterizzata da un’anomala distribuzione del tessuto adiposo, che interessa prevalentemente gli arti inferiori, la parte superiore delle braccia, i fianchi, i glutei e le cosce, risparmiando generalmente il tronco e i piedi. Tra le principali manifestazioni cliniche si riscontrano dolore, facile formazione di ecchimosi, indurimento del tessuto sottocutaneo, presenza di noduli di tessuto adiposo e una significativa resistenza del tessuto adiposo agli interventi convenzionali basati sulla dieta e sull’esercizio fisico.

La prevalenza stimata del lipedema è di circa 1 caso ogni 72.000 individui. Tuttavia, a causa della frequente sottodiagnosi e delle diagnosi errate, è probabile che tale stima sottovaluti la reale incidenza della patologia. Il lipedema interessa prevalentemente le donne, sebbene siano stati descritti anche rari casi negli uomini.

Il lipedema non deve essere considerato un semplice edema, ma una condizione caratterizzata da alterazioni della massa e della distribuzione del tessuto adiposo. La componente genetica sembra avere un ruolo importante e sono stati ipotizzati modelli ereditari dominanti legati al cromosoma X o autosomici dominanti. Sono inoltre state osservate, in rari casi, specifiche mutazioni genetiche e associazioni con alcune condizioni genetiche, tra cui la sindrome di Williams.

Sono state formulate diverse ipotesi per spiegare i meccanismi alla base del lipedema. Tra queste, particolare attenzione è stata rivolta ai fattori ormonali. In particolare, si ipotizza che l’aumento dei livelli di estrogeni durante la pubertà o dopo la gravidanza possa contribuire all’insorgenza della patologia nelle donne. Il lipedema negli uomini è invece molto raro ed è stato descritto soprattutto in presenza di condizioni associate a un aumento dei livelli estrogenici, come alcune malattie epatiche o bassi livelli di testosterone.

Nonostante queste osservazioni, il ruolo preciso degli estrogeni nella comparsa e nella progressione del lipedema non è ancora completamente chiarito. Un’ulteriore ipotesi suggerisce il coinvolgimento di alterazioni del tessuto elastico e della vascolarizzazione.

Lipedema, obesità e infiammazione

Una delle principali difficoltà diagnostiche consiste nel distinguere il lipedema dall’obesità. Secondo le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un indice di massa corporea (BMI) superiore a 30 kg/m² è indicativo di obesità. Tuttavia, le persone affette da lipedema presentano frequentemente un BMI elevato e possono quindi essere erroneamente considerate affette da obesità correlata allo stile di vita.

È inoltre importante sottolineare che lipedema e obesità possono coesistere. In questi casi, l’eccesso di tessuto adiposo può contribuire allo sviluppo di uno stato di infiammazione cronica di basso grado. Lipedema, obesità e infiammazione possono quindi instaurare un circolo vizioso sfavorevole.

La gestione del lipedema varia in relazione alla gravità della patologia e alle caratteristiche individuali del soggetto. Gli approcci terapeutici attualmente utilizzati comprendono trattamenti conservativi, quali chirurgia, terapia compressiva e fisioterapia. Il tessuto adiposo tipico del lipedema presenta tuttavia una significativa resistenza agli interventi sullo stile di vita, come dieta ed esercizio fisico, e non esiste ancora un consenso definitivo riguardo all’approccio nutrizionale più appropriato.

Tra le strategie nutrizionali utilizzate per favorire la perdita di peso rientrano la dieta mediterranea, il digiuno intermittente e la dieta chetogenica a bassissimo contenuto calorico (VLCKD). Alcuni dati indicano che la VLCKD possa determinare una riduzione dell’infiammazione più significativa rispetto agli altri approcci citati; tuttavia, le evidenze specifiche relative alla sua efficacia nel lipedema rimangono limitate.

Caratteristiche cliniche e diagnosi

Il lipedema è una malattia cronica caratterizzata da un gonfiore doloroso e sproporzionato, generalmente bilaterale, degli arti inferiori e/o superiori. La condizione interessa soprattutto le donne e può manifestarsi durante o dopo la pubertà. Si tratta di una patologia spesso sottovalutata, che può richiedere un approccio multidisciplinare e, nei casi più avanzati, determinare una significativa riduzione della mobilità.

La prevalenza riportata in letteratura è estremamente variabile e oscilla, a seconda degli studi, dallo 0,1% fino al 10% delle donne adulte caucasiche.

Presentazione clinica e stadiazione

Il lipedema presenta una progressione estremamente variabile nel tempo e viene generalmente distinto in quattro stadi, che possono determinare una progressiva compromissione funzionale nel corso degli anni.

Il deposito di tessuto adiposo si manifesta in modo simmetrico a livello di braccia e gambe. Una caratteristica tipica è la presenza di una netta linea di demarcazione tra mani e piedi e le aree interessate, definita comunemente “segno del manicotto”. È inoltre frequente una marcata sproporzione tra la parte superiore e quella inferiore del corpo, accompagnata da alterazioni del rapporto vita-fianchi (WHR).

Dal punto di vista sintomatologico, il quadro può comprendere dolore sordo, senso di pesantezza e pressione, che tende a peggiorare al tatto, durante l’attività fisica o dopo lunghi periodi trascorsi seduti. Sono inoltre frequenti la formazione di ecchimosi e l’edema ortostatico. Un’altra caratteristica tipica è la relativa stabilità della circonferenza degli arti nonostante la riduzione del peso corporeo o dell’apporto calorico.

La stadiazione si basa principalmente sulla valutazione dei cambiamenti strutturali della pelle e sulla palpazione del tessuto cutaneo.

Stadio I: la pelle appare generalmente liscia e sono presenti piccoli noduli e un edema reversibile. Il quadro può essere occasionalmente accompagnato da dolore.

Stadio II: la superficie cutanea diventa più irregolare e corrugata, con noduli di dimensioni maggiori, descritti come simili a una noce. L’edema può essere reversibile o irreversibile e può essere presente un ispessimento della fascia perilobare associato a infiammazione cutanea.

Stadio III: la pelle appare ispessita e indurita. Sono presenti depositi di tessuto adiposo più voluminosi e deturpanti, alterazioni macronodulari e può comparire un linfedema concomitante.

Stadio IV: il lipedema si associa al linfedema, determinando la comparsa di ampie porzioni di tessuto adiposo sporgente a livello di gambe e braccia. In questa fase possono inoltre comparire papillomatosi e cellulite.

Tipi di lipedema

In base alla localizzazione delle alterazioni del tessuto adiposo, il lipedema viene distinto in cinque tipologie.

Il tipo 1 è caratterizzato dall’accumulo di tessuto adiposo principalmente intorno ai fianchi e ai glutei.

Nel tipo 2, l’accumulo si estende dai fianchi fino alle ginocchia.

Nel tipo 3, il coinvolgimento si estende dai fianchi fino alle caviglie.

Il tipo 4 interessa le braccia e può essere associato agli altri tipi di lipedema; il coinvolgimento degli arti superiori è infatti riportato in oltre l’80% dei casi.

Il tipo 5, molto più raro, interessa esclusivamente le braccia oppure esclusivamente i polpacci.

Poiché il lipedema viene considerato una diagnosi di esclusione, la valutazione diagnostica deve comprendere un’anamnesi dettagliata e un accurato esame obiettivo. In caso di sospetto, può essere indicata un’analisi biochimica completa, insieme alla valutazione della funzione tiroidea e dell’asse riproduttivo, allo scopo di escludere altre possibili cause di edema. Eventuali alterazioni riscontrate devono essere successivamente trattate in modo appropriato.

Tra gli strumenti diagnostici utilizzabili per escludere altre patologie o per valutare l’edema e il sistema linfatico rientrano l’ecografia, la risonanza magnetica, la tomografia computerizzata e la linfografia indiretta.

Diagnosi differenziale

A causa della frequente sottodiagnosi e della complessità del quadro clinico, è fondamentale distinguere il lipedema dal linfedema, dall’obesità e dalla lipoipertrofia. Si tratta infatti di condizioni clinicamente differenti, anche se i meccanismi patogenetici del lipedema non sono ancora completamente conosciuti.

Il lipedema presenta generalmente un coinvolgimento bilaterale e un edema non improntabile, caratteristiche che possono aiutare a differenziarlo dal linfedema. Un adeguato algoritmo diagnostico consente inoltre di escludere condizioni quali lipodermatosclerosi, insufficienza venosa cronica, obesità e linfedema.

L’edema bilaterale degli arti inferiori può essere associato anche ad altre patologie croniche importanti, tra cui ipoalbuminemia, malattia renale cronica, insufficienza cardiaca congestizia, mixedema pretibiale e insufficienza venosa cronica. Può inoltre essere correlato all’assunzione di alcuni farmaci, tra cui calcio-antagonisti, gabapentin e corticosteroidi.

La lipodermatosclerosi è caratterizzata da indurimento della pelle, gonfiore bilaterale delle tibie e alterazioni eritematose. Nella fase acuta, tuttavia, la presenza di gonfiore bilaterale, dolore e aumento della temperatura cutanea può renderla clinicamente simile al lipedema o alla cellulite.

La distinzione tra le diverse patologie caratterizzate da alterazioni del tessuto adiposo può quindi risultare complessa. Anche l’ecografia ad alta risoluzione non consente sempre di distinguere il lipedema dalle altre condizioni associate all’ipertrofia del tessuto adiposo.

È stato inoltre osservato che il contenuto di acqua dei tessuti nei soggetti con lipedema può rientrare nei normali intervalli di riferimento. Tra le comorbilità frequentemente riportate figurano malattie cardiovascolari, come l’ipertensione, disturbi della tiroide, come l’ipotiroidismo, fibromialgia e diabete mellito di tipo 2.

Il linfedema non determina il lipedema; tuttavia, le persone con obesità associata a lipedema presentano una maggiore predisposizione allo sviluppo del linfedema e possono beneficiare di strategie finalizzate alla riduzione del peso.

Valutazione della composizione corporea

Come precedentemente descritto, la diagnosi di lipedema rappresenta una sfida clinica, poiché è necessario distinguere la comune obesità ginoide dalle caratteristiche specifiche di questa patologia del tessuto adiposo.

Dal punto di vista nutrizionale, uno degli aspetti più importanti consiste nel monitoraggio accurato della persona durante il trattamento. Le linee guida tedesche per la gestione del lipedema raccomandano infatti di monitorare i principali parametri antropometrici, tra cui peso corporeo e circonferenze, oltre agli indici e ai rapporti derivati, come BMI e WHR. Tali parametri possono essere utilizzati sia nella diagnosi differenziale sia durante il follow-up.

Queste misurazioni presentano tuttavia alcune limitazioni, poiché non forniscono informazioni sufficientemente dettagliate sulla distribuzione della massa corporea nei diversi segmenti.

Diversi studi condotti su soggetti con lipedema hanno riportato una percentuale significativa di persone normopeso, sebbene i soggetti con obesità rappresentassero la maggioranza. Questo dato evidenzia l’importanza di non basare la valutazione nutrizionale esclusivamente sull’indice di massa corporea.

Il BMI, infatti, non fornisce informazioni precise sull’adiposità generale o sulla sua distribuzione locale, poiché viene calcolato utilizzando esclusivamente peso e altezza. Non permette quindi di distinguere la massa grassa dalla massa magra.

Per questo motivo, una valutazione nutrizionale completa dovrebbe associare le misurazioni antropometriche ad altre tecniche validate per l’analisi della composizione corporea, tra cui l’assorbimetria a raggi X a doppia energia (DXA) e l’analisi bioimpedenziometrica (BIA).

La DXA è attualmente considerata un metodo di riferimento per la valutazione della composizione corporea. È stata utilizzata in studi clinici condotti su persone con lipedema perché permette di stimare in modo accurato i diversi compartimenti corporei, sia a livello dell’intero organismo sia dei singoli segmenti, come tronco e arti. Può inoltre contribuire a distinguere il lipedema dall’obesità.

La DXA presenta tuttavia alcune limitazioni, tra cui i costi elevati, la necessità di competenze tecniche specifiche e la presenza di alcune controindicazioni.

Per ovviare almeno in parte a queste limitazioni, la BIA rappresenta un metodo affidabile, non invasivo e meno costoso per stimare la composizione corporea, compresa la massa grassa e la massa magra, e lo stato di idratazione. La tecnica consente infatti di valutare l’acqua corporea totale e i compartimenti dell’acqua extracellulare e intracellulare attraverso la misurazione delle proprietà elettriche dei tessuti corporei.

L’accuratezza della stima ottenuta mediante BIA dipende tuttavia dall’equazione predittiva utilizzata e può essere influenzata dallo stato di idratazione. Nei soggetti con alterazioni dell’idratazione è pertanto particolarmente importante considerare anche i parametri grezzi ottenuti dalla BIA.

Questa attenzione può essere particolarmente rilevante nei soggetti con lipedema, nei quali sono stati osservati livelli più elevati di acqua extracellulare rispetto ai soggetti di controllo. Tale fenomeno potrebbe essere correlato alla distribuzione della massa adiposa a livello degli arti e alla conseguente espansione del compartimento extracellulare.

Trattamento

Il lipedema può essere gestito attraverso un approccio conservativo oppure chirurgico. Entrambe le strategie hanno principalmente l’obiettivo di ridurre i sintomi, migliorare le difficoltà che la persona affronta nella vita quotidiana e prevenire l’insorgenza di ulteriori complicanze.

Attualmente non sono disponibili misure preventive specifiche, anche nei soggetti con una storia familiare nota di lipedema. Il trattamento conservativo deve pertanto essere personalizzato in base allo stadio della patologia, alle eventuali comorbilità e alle condizioni generali della persona.

La gestione comprende principalmente due ambiti. Il primo riguarda il supporto psicosociale, che può includere psicoterapia, consulenza dietetica ed educazione all’autogestione. Il secondo comprende gli interventi di terapia fisica, tra cui drenaggio linfatico, terapia compressiva personalizzata, fisioterapia ed esercizio fisico, oltre alle strategie finalizzate alla riduzione del peso quando appropriate.

Il supporto psicologico riveste un ruolo importante, anche in considerazione dell’efficacia limitata di alcuni trattamenti disponibili e del significativo impatto psicosociale che la patologia può avere sulla persona.

L’attività fisica dovrebbe essere personalizzata e adattata alle condizioni individuali. Tra le attività indicate rientrano il nuoto, gli esercizi in acqua e le attività che coinvolgono i principali gruppi muscolari degli arti inferiori, come camminata, ciclismo e corsa.

Nei casi più gravi può essere indicato un monitoraggio presso strutture o unità specializzate. Quando necessario, è inoltre opportuno valutare il rischio di tromboembolismo venoso e adottare le relative misure preventive.

Il trattamento conservativo raramente determina una significativa modifica dell’aspetto degli arti interessati. Sebbene possa contribuire a ridurre dolore e gonfiore, la riduzione del volume del tessuto è generalmente contenuta e viene stimata intorno al 5-10%.

Diverse strategie dietetiche sono state studiate nell’ambito della gestione del lipedema, ma le evidenze disponibili sono ancora limitate. La dieta mediterranea ha mostrato alcuni effetti positivi; tuttavia, a oggi non sono disponibili studi randomizzati controllati sufficienti a definire l’efficacia di specifici modelli alimentari nel trattamento del lipedema.

Anche la chirurgia, in particolare la liposuzione, ha mostrato risultati promettenti. Tuttavia, le evidenze attualmente disponibili non sono ancora sufficienti per considerarla universalmente come trattamento di prima linea.

Nel quarto stadio, caratterizzato dalla concomitante presenza di linfedema e importanti alterazioni dei tessuti, può essere presa in considerazione la dermato-fibro-lipectomia, poiché la liposuzione convenzionale potrebbe non essere sufficiente a ottenere una riduzione adeguata.

La liposuzione con risparmio delle strutture linfatiche si è dimostrata una procedura potenzialmente sicura e può determinare una riduzione della circonferenza degli arti e della necessità di alcuni trattamenti conservativi. Dopo l’intervento, sono stati inoltre riportati miglioramenti del dolore, degli ematomi, dell’indolenzimento e, più in generale, della qualità di vita.

La liposuzione dovrebbe essere eseguita secondo un approccio sequenziale e, nei soggetti sottoposti a una significativa rimozione di tessuto adiposo, è necessario prevedere un adeguato monitoraggio postoperatorio.

Impatto sul sistema sanitario

Il lipedema può avere un impatto significativo sul sistema sanitario e determinare costi considerevoli per l’assistenza sanitaria.

Uno dei principali fattori è rappresentato dalla frequente sottodiagnosi e dalle diagnosi errate. Queste possono comportare un ritardo nella diagnosi corretta o l’utilizzo di trattamenti non appropriati, con conseguente aumento del ricorso a visite specialistiche, esami diagnostici e terapie. Il lipedema viene infatti frequentemente confuso con l’obesità o con il linfedema.

Questa situazione non comporta soltanto un maggiore utilizzo delle risorse sanitarie, ma può determinare anche un aumento dei costi sostenuti direttamente dai pazienti e dal sistema sanitario.

Un ulteriore elemento è rappresentato dalla necessità di un approccio multidisciplinare. La gestione del lipedema può coinvolgere diverse figure professionali, tra cui dermatologi, specialisti vascolari, nutrizionisti e fisioterapisti. Il coordinamento dell’assistenza può quindi risultare complesso e, in alcuni casi, rendere necessario il ricorso a centri o strutture specializzate, con un ulteriore aumento del carico organizzativo ed economico.

Nei casi più gravi possono inoltre essere presi in considerazione interventi chirurgici, come la liposuzione, finalizzati ad alleviare i sintomi e migliorare la qualità di vita. Queste procedure possono comportare costi elevati, soprattutto quando devono essere associate a un percorso di assistenza postoperatoria e riabilitazione.

La disponibilità e l’accessibilità degli interventi chirurgici possono inoltre variare considerevolmente tra diversi Paesi e sistemi sanitari, influenzando sia i costi complessivi sia la qualità dell’assistenza ricevuta.

Infine, non deve essere trascurato l’impatto psicosociale della patologia. La riduzione dell’autostima e il peggioramento della qualità di vita possono aumentare il ricorso a servizi sanitari aggiuntivi. Alcuni pazienti possono necessitare di supporto psicologico, consulenza o percorsi terapeutici specifici per affrontare le conseguenze emotive associate alla malattia.

Nel complesso, l’impatto del lipedema sul sistema sanitario è quindi multifattoriale e comprende i costi derivanti dalle diagnosi errate, dalla necessità di cure specialistiche, dagli interventi chirurgici e dalla gestione delle problematiche psicosociali.

Una maggiore consapevolezza della patologia, una diagnosi più precoce e un accesso tempestivo a trattamenti appropriati sono elementi fondamentali per ridurre il carico sui sistemi sanitari e ottimizzare le risorse disponibili.

Inserimento nella classificazione ICD-11

Un importante riconoscimento del lipedema è avvenuto il 1° gennaio 2022, quando la patologia è stata inclusa nella Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-11) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità come entità clinica distinta, all’interno della categoria relativa ad alcuni disturbi non infiammatori del tessuto adiposo sottocutaneo, con codice EF02.2.

Secondo la descrizione riportata nell’ICD-11, il lipedema è caratterizzato da un gonfiore diffuso di natura adiposa, non improntabile, generalmente localizzato a livello di gambe, cosce, fianchi e braccia. La condizione può essere confusa con il linfedema.

Trattamento nutrizionale del lipedema

Dieta chetogenica

Per contribuire alla gestione delle manifestazioni cliniche e dei sintomi del lipedema vengono generalmente considerati sia gli interventi nutrizionali sia l’esercizio fisico.

A oggi non è stato identificato un trattamento nutrizionale universalmente riconosciuto come efficace nel lipedema. Gli approcci dietetici proposti si basano principalmente sulle evidenze disponibili e mirano generalmente a favorire la riduzione del peso corporeo attraverso una moderata restrizione calorica, a contrastare l’infiammazione sistemica attraverso l’introduzione di componenti antiossidanti e antinfiammatori e a ridurre la ritenzione idrica.

Tuttavia, le persone con lipedema possono presentare una significativa resistenza agli interventi convenzionali basati su dieta ed esercizio fisico. Secondo quanto riportato nel documento, la perdita di peso ottenuta attraverso tali approcci può interessare in misura maggiore la parte superiore del corpo, accentuando la sproporzione corporea tipica della patologia.

Nei soggetti con insulino-resistenza, inoltre, l’aumento della lipolisi e le alterazioni della lipogenesi a livello del tessuto adiposo possono favorire il rilascio di citochine e metaboliti lipidici, contribuendo al mantenimento dell’insulino-resistenza e di uno stato infiammatorio cronico di basso grado.

Per questo motivo, alcuni degli approcci studiati in letteratura si concentrano sulle diete a basso contenuto di carboidrati, con l’obiettivo di ridurre l’infiammazione e i livelli di insulina e, conseguentemente, l’adipogenesi.

Più recentemente, alcune esperienze riportate dai pazienti hanno suggerito che la dieta chetogenica possa influire positivamente sul peso corporeo e sulla gestione dei sintomi del lipedema. I pochi studi disponibili hanno inoltre evidenziato possibili miglioramenti del dolore e della qualità di vita associati alla perdita di peso.

Differenze tra dieta chetogenica e dieta chetogenica a bassissimo contenuto calorico

Le diete chetogeniche (KD) sono caratterizzate da un elevato contenuto di grassi e da una significativa restrizione dei carboidrati, generalmente compresa tra 30 e 50 g al giorno.

La drastica riduzione dei carboidrati introdotti con l’alimentazione favorisce l’instaurarsi della chetosi fisiologica, uno stato metabolico caratterizzato dall’aumento della concentrazione dei corpi chetonici nel sangue.

I principali prodotti della chetogenesi epatica sono l’acetoacetato (AcAc), l’acetone e il beta-idrossibutirrato (HB). Esistono diversi protocolli di dieta chetogenica, che si differenziano in base all’apporto calorico, alla distribuzione dei macronutrienti e al rapporto chetogenico raggiunto.

Il rapporto chetogenico indica il rapporto tra la quantità di lipidi, espressa in grammi, e la quantità complessiva di proteine e carboidrati presenti nel protocollo alimentare.

Alcuni protocolli utilizzati nel trattamento dell’obesità sfruttano la chetosi nutrizionale, ottenuta attraverso la restrizione dei carboidrati e, in alcuni casi, attraverso una contemporanea riduzione dell’apporto calorico. L’obiettivo è favorire una perdita di massa grassa mantenendo il più possibile la massa magra.

Tra questi protocolli rientrano la dieta chetogenica ipocalorica (LCKD) e la dieta chetogenica a bassissimo contenuto calorico (VLCKD).

Secondo quanto riportato nel documento, la VLCKD può determinare una significativa perdita di peso e un miglioramento del controllo glicemico nei soggetti con obesità e diabete mellito di tipo 2.

Il Position Statement della Società Italiana di Endocrinologia descrive il protocollo VLCKD come una dieta ipocalorica caratterizzata da un apporto di circa 700-800 kcal al giorno e da una restrizione dei carboidrati a 30-50 g al giorno. L’apporto proteico viene generalmente mantenuto intorno a 1,2-1,4 g per kg di peso corporeo.

Nonostante venga talvolta definita erroneamente una dieta ad alto contenuto proteico, la VLCKD mantiene l’apporto proteico generalmente intorno a 1,2-1,5 g/kg di peso corporeo ideale. Le fonti proteiche possono essere sia animali sia vegetali e comprendere alimenti quali uova, soia, piselli e proteine del siero di latte.

Nel documento viene riportato che le persone con lipedema presentano generalmente un BMI superiore a 25 kg/m². In considerazione della presenza di un significativo accumulo di tessuto adiposo sottocutaneo e della necessità di intervenire, quando indicato, sul peso corporeo per contribuire alla gestione dei sintomi, dell’infiammazione e dell’edema, la VLCKD viene descritta come un possibile approccio nutrizionale mirato.

Protocollo VLCKD

Il protocollo VLCKD è strutturato in diverse fasi.

La fase iniziale, definita anche fase attiva, prevede un regime alimentare a bassissimo contenuto calorico, caratterizzato da una drastica riduzione dei carboidrati e da un limitato apporto di grassi. La quantità di proteine ad alto valore biologico viene stabilita in relazione al peso corporeo ideale, con l’obiettivo di preservare la massa magra e soddisfare il fabbisogno proteico.

La marcata restrizione dei carboidrati consente di mantenere una condizione di chetosi nutrizionale controllata.

La fase attiva può essere ulteriormente suddivisa in due momenti. Durante la fase 1, vengono utilizzati pasti sostitutivi ad alto contenuto proteico, generalmente distribuiti in quattro o cinque assunzioni giornaliere, in relazione al sesso, al peso corporeo e al livello di attività fisica. A questi vengono associate verdure a basso indice glicemico.

Durante la fase 2, una delle porzioni proteiche derivanti dai pasti sostitutivi viene gradualmente sostituita da fonti proteiche naturali, come carne, uova o pesce, generalmente durante il pranzo o la cena.

Poiché si tratta di un regime a bassissimo contenuto calorico, il protocollo prevede anche un’adeguata integrazione di micronutrienti, tra cui vitamine del gruppo B, vitamina C e vitamina E, e minerali quali potassio, sodio, magnesio e calcio, oltre agli acidi grassi omega-3, secondo le raccomandazioni previste.

La fase iniziale, durante la quale viene mantenuta la chetosi nutrizionale, prosegue fino al raggiungimento della maggior parte dell’obiettivo di perdita di peso, indicativamente intorno all’80% del peso target. La durata delle fasi attive varia pertanto in base alle caratteristiche individuali e all’obiettivo di perdita di peso. Secondo il Position Statement della Società Italiana di Endocrinologia, la fase attiva dura generalmente dalle 8 alle 12 settimane.

Nella fase 3, una seconda porzione di preparato proteico viene sostituita da una fonte proteica naturale a basso contenuto di grassi, mentre vengono mantenuti soltanto due o tre pasti sostitutivi. Successivamente, la persona passa gradualmente a una dieta ipocalorica a basso contenuto di carboidrati (LCCD).

In questa fase vengono progressivamente reintrodotti diversi gruppi alimentari, fino ad arrivare all’eliminazione dei sostituti dei pasti. Anche i carboidrati vengono reinseriti gradualmente, iniziando dagli alimenti a più basso indice glicemico, come latticini e frutta.

Nella fase 4, l’alimentazione diventa una dieta ipocalorica (LCD) con un apporto energetico indicativamente compreso tra 1300 e 1400 kcal. Vengono gradualmente reintrodotti alimenti come legumi e pane integrale, mantenendo uno o due pasti sostitutivi.

Infine, nella fase 5, viene adottato un modello alimentare mediterraneo ipocalorico, con un apporto energetico indicativamente compreso tra 1500 e 1700 kcal al giorno. In questa fase vengono progressivamente introdotti cereali e pseudocereali a basso indice glicemico.

Quest’ultima fase è particolarmente importante perché mira alla stabilizzazione delle nuove abitudini alimentari e al mantenimento dei risultati nel lungo periodo. Secondo quanto riportato nel documento, nei soggetti con obesità una perdita di almeno il 15% del peso corporeo, mantenuta nel tempo, può contribuire alla riduzione del rischio cardiometabolico.

VLCKD e dieta mediterranea

La VLCKD e la dieta mediterranea presentano caratteristiche, vantaggi e potenziali criticità differenti nell’ambito della gestione del lipedema.

La VLCKD può contribuire alla perdita di peso e alla riduzione dell’infiammazione. Tuttavia, può essere associata a possibili carenze nutrizionali, a una maggiore limitazione delle scelte alimentari e a una disponibilità ancora ridotta di dati relativi agli effetti a lungo termine.

La dieta mediterranea, al contrario, rappresenta un modello alimentare ricco di nutrienti e associato alla promozione della salute cardiovascolare e a proprietà antinfiammatorie. I suoi effetti specifici sulla perdita di peso e sulla gestione del lipedema potrebbero tuttavia essere più limitati rispetto a quelli osservati con approcci fortemente ipocalorici.

L’integrazione dei due approcci potrebbe quindi rappresentare una strategia interessante. Secondo uno studio recente riportato nel documento, una maggiore aderenza alla dieta mediterranea prima dell’inizio della VLCKD avrebbe migliorato l’efficacia della successiva dieta chetogenica in termini di perdita di peso e modificazioni della composizione corporea nelle donne in sovrappeso o con obesità.

La presenza nella dieta mediterranea di composti bioattivi in grado di favorire un assetto metabolico più favorevole alla chetosi è stata proposta come possibile spiegazione di questi risultati.

È inoltre importante sottolineare che un modello alimentare di tipo mediterraneo rappresenta anche la fase di mantenimento del protocollo VLCKD. Per questo motivo, l’integrazione progressiva dei due approcci potrebbe consentire di combinare i possibili benefici della fase chetogenica con quelli di un modello alimentare più sostenibile nel lungo periodo.

Conclusioni

In conclusione, il lipedema è una patologia cronica e potenzialmente debilitante che interessa prevalentemente le donne. La sua eziologia e i meccanismi fisiopatologici alla base della malattia non sono ancora completamente chiariti, sebbene siano state ipotizzate importanti componenti genetiche e ormonali.

Il lipedema viene frequentemente diagnosticato erroneamente come obesità o linfedema, nonostante presenti caratteristiche cliniche specifiche e un comportamento differente rispetto a queste condizioni. In particolare, il tessuto adiposo tipico del lipedema mostra una significativa resistenza agli interventi convenzionali basati esclusivamente sulla dieta e sull’esercizio fisico.

La diagnosi richiede pertanto un’attenta valutazione clinica e, quando necessario, l’utilizzo di strumenti diagnostici e di valutazione della composizione corporea. Anche il trattamento deve essere personalizzato e può comprendere interventi conservativi, nutrizionali, fisioterapici e, nei casi selezionati, chirurgici.

Dal punto di vista nutrizionale, non esiste ancora un protocollo universalmente riconosciuto come trattamento specifico del lipedema. La dieta mediterranea e gli approcci chetogenici, compresa la VLCKD, sono stati oggetto di studio e hanno mostrato risultati potenzialmente interessanti soprattutto per quanto riguarda la gestione del peso, dell’infiammazione e di alcuni sintomi.

Tuttavia, le evidenze disponibili rimangono ancora limitate e sono necessari ulteriori studi per definire con maggiore precisione il ruolo delle diverse strategie nutrizionali nella gestione del lipedema.

Nel complesso, un approccio multidisciplinare, associato a una diagnosi precoce e a un adeguato percorso di follow-up, rappresenta l’elemento centrale per migliorare la gestione della patologia, ridurne l’impatto sulla qualità di vita e limitare il ricorso a interventi o trattamenti non appropriati.

Dott.ssa Stefania De Chiara

Per ulteriori approfondimenti:

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Hammarstedt A, Gogg S, Hedjazifar S, Nerstedt A, Smith U. Impaired adipogenesis and dysfunctional adipose tissue in human hypertrophic obesity. Physiol Rev. 2018;98(4):1911–41.

Ludovica Verde1,2 · Elisabetta Camajani3,4 · Giuseppe Annunziata5 · Antoanstefan Sojat6 · Ljiljana V. Marina6 Annamaria Colao2,7,8 · Massimiliano Caprio3,4 · Giovanna Muscogiuri2,7,8

Luigi Barrea. Ketogenic Diet: A Nutritional Therapeutic Tool for Lipedema? Current Obesity Reports (2023) 12:529–543 https://doi.org/10.1007/s13679-023-00536-x (37924422) REVIEW