La conoscenza è quanto di
meglio possiamo condividere

Scopri le diverse categorie del nostro blog per saperne di più sui tuoi argomenti preferiti

Food noise: nuovo costrutto clinicamente utile o nuovo nome per fenomeni già noti?

Negli ultimi anni il termine food noise (letteralmente “rumore del cibo”) ha rapidamente conquistato l’attenzione della comunità scientifica, dei clinici e soprattutto dei pazienti con obesità. A favorirne la diffusione sono stati anche gli agonisti recettoriali del GLP-1 e del GIP, come semaglutide e tirzepatide, molti utilizzatori dei quali hanno descritto come uno dei principali benefici non tanto la riduzione della fame, quanto la sensazione di un improvviso “silenzio mentale” nei confronti del cibo. Ma il food noise rappresenta davvero un nuovo fenomeno clinico oppure descrive, con un linguaggio più intuitivo, processi già ampiamente conosciuti in fisiologia e psicologia dell’alimentazione? 

Un termine nato dall’esperienza dei pazienti 

Diversamente da altri concetti utilizzati nella nutrizione clinica, food noise non nasce in ambito accademico. Il termine è stato inizialmente utilizzato spontaneamente da pazienti con obesità per descrivere una continua presenza di pensieri legati al cibo: pianificare il pasto successivo mentre si sta ancora mangiando, essere costantemente attratti dagli stimoli alimentari, dedicare una parte rilevante delle proprie risorse cognitive all’alimentazione anche in assenza di una reale necessità energetica. 

Ad oggi il food noise non rappresenta una diagnosi clinica né un’entità nosografica riconosciuta nei principali sistemi classificativi internazionali, ma costituisce piuttosto un costrutto descrittivo, la cui definizione è ancora in evoluzione. 

Fame, appetito, craving e food noise: fenomeni diversi 

Uno dei motivi della rapida diffusione del termine deriva probabilmente dal fatto che riesce a descrivere un’esperienza soggettiva che non coincide perfettamente con concetti già consolidati. 

La fame omeostatica rappresenta il bisogno fisiologico di assumere energia. È regolata prevalentemente dall’ipotalamo attraverso l’integrazione di segnali periferici come grelina, leptina, insulina e nutrienti circolanti. Compare progressivamente durante il digiuno e tende a risolversi dopo un pasto adeguato. 

L’appetito, invece, indica il desiderio di mangiare influenzato da fattori sensoriali, emotivi, sociali e culturali. Si può avere appetito anche in assenza di fame fisiologica: il profumo del pane appena sfornato o la vista di un dolce possono indurre il desiderio di mangiare pur avendo consumato da poco un pasto completo. 

Il craving alimentare costituisce un fenomeno ancora differente. Viene definito come un intenso e specifico desiderio di consumare un particolare alimento, generalmente altamente gratificante, ricco di zuccheri o grassi. Il craving è caratterizzato da una forte componente motivazionale e dalla difficoltà a ignorare lo stimolo, pur essendo normalmente limitato nel tempo e diretto verso alimenti ben definiti. 

Il food noise, invece, sembra riferirsi a qualcosa di più ampio. Non coincide necessariamente con la fame né con il craving. Descrive piuttosto una persistente attività cognitiva centrata sul cibo: pensieri ricorrenti, anticipazione continua del prossimo pasto, attenzione automatica verso gli stimoli alimentari e difficoltà a “disingaggiare” il cervello da questi contenuti. Più che un singolo episodio di desiderio, rappresenterebbe uno stato mentale persistente. 

Un nuovo costrutto o una diversa prospettiva? 

Da un punto di vista scientifico è ancora presto per considerare il food noise una nuova entità clinica autonoma. Molti degli elementi che lo caratterizzano sono già descritti nella letteratura relativa alla fame edonica, alla food cue responsiveness, alla preoccupazione cognitiva per il cibo e ai meccanismi di ricompensa dopaminergica. Tuttavia, il successo del termine potrebbe risiedere proprio nella sua capacità di integrare questi diversi aspetti in un’unica esperienza soggettiva facilmente riconoscibile dai pazienti. Il food noise sembra infatti descrivere non tanto un singolo meccanismo biologico, quanto il risultato dell’interazione tra sistemi omeostatici, circuiti della ricompensa, controllo cognitivo e ambiente alimentare. 

È verosimile che alcune persone sperimentino un’attivazione pressoché continua di questi circuiti, mentre altre riescano più facilmente a “disconnettere” il pensiero dal cibo tra un pasto e l’altro. 

Quali implicazioni per la pratica clinica? 

Indipendentemente dalla futura evoluzione del concetto, il food noise offre ai professionisti un’importante opportunità: ascoltare e validare un’esperienza frequentemente riportata dai pazienti con obesità ma spesso difficilmente descrivibile con il lessico tradizionale. Comprendere se il paziente stia sperimentando fame fisiologica, appetito, craving o un persistente food noise può infatti orientare in modo diverso l’intervento terapeutico, che potrà includere strategie nutrizionali, psicologiche, comportamentali o farmacologiche. Più che sostituire concetti consolidati, il food noise potrebbe quindi rappresentare un utile ponte tra neuroscienze, nutrizione clinica e vissuto soggettivo del paziente, ricordandoci che il comportamento alimentare non dipende esclusivamente dal fabbisogno energetico, ma dall’integrazione continua tra cervello, metabolismo ed esperienza individuale. 

Perché gli agonisti del GLP-1 sembrano ridurre il food noise?

L’interesse per il food noise è cresciuto parallelamente alla diffusione degli agonisti recettoriali del GLP-1 e, più recentemente, degli agonisti duali GLP-1/GIP. Numerosi pazienti trattati con semaglutide o tirzepatide descrivono infatti una marcata riduzione dei pensieri persistenti legati al cibo, spesso ancor prima che si verifichi una significativa perdita di peso. Questa osservazione suggerisce che tali farmaci non agiscano esclusivamente rallentando lo svuotamento gastrico o aumentando il senso di sazietà, ma influenzino direttamente anche i circuiti cerebrali coinvolti nella regolazione del comportamento alimentare. Oggi sappiamo che i recettori per il GLP-1 sono espressi non solo a livello periferico, ma anche in numerose strutture del sistema nervoso centrale coinvolte nell’omeostasi energetica e nei meccanismi della ricompensa. A livello dell’ipotalamo, in particolare del nucleo arcuato, gli agonisti del GLP-1 attivano i neuroni anoressigeni POMC/CART e inibiscono quelli oressigeni NPY/AgRP, favorendo l’insorgenza della sazietà e riducendo il drive fisiologico all’assunzione di cibo.

Parallelamente, questi farmaci sembrano modulare anche i circuiti mesolimbici della ricompensa. Studi di neuroimaging funzionale hanno mostrato una ridotta attivazione di aree quali la corteccia orbitofrontale, l’insula, il nucleus accumbens e l’amigdala durante l’esposizione a immagini o stimoli alimentari altamente appetibili. Si tratta di regioni implicate nell’attribuzione del valore di ricompensa al cibo, nella motivazione a ricercarlo e nell’elaborazione delle componenti emotive dell’alimentazione.

L’effetto complessivo sembra essere una riduzione della salienza degli stimoli alimentari: il cibo continua naturalmente a essere percepito come gratificante, ma perde quella capacità di catturare continuamente l’attenzione che molti pazienti descrivono prima dell’inizio della terapia.

Nel caso della tirzepatide, agonista sia del recettore GLP-1 sia di quello per il GIP, il meccanismo appare ancora più complesso. Sebbene il ruolo centrale del GIP sia tuttora oggetto di intensa ricerca, dati sperimentali suggeriscono che l’attivazione combinata dei due sistemi incretinici possa amplificare gli effetti sui circuiti della ricompensa e del controllo dell’assunzione alimentare, contribuendo ulteriormente alla riduzione della spinta motivazionale verso il cibo.

È tuttavia importante sottolineare che, allo stato attuale delle conoscenze, non esistono biomarcatori né strumenti diagnostici validati in grado di misurare il food noise. Le evidenze disponibili derivano prevalentemente da questionari, interviste qualitative, studi osservazionali e indagini di neuroimaging, rendendo ancora prematuro attribuire a questi farmaci un effetto specifico su un costrutto clinico formalmente definito.

Più correttamente, possiamo affermare che gli agonisti del GLP-1 e del GIP modificano profondamente i circuiti neurobiologici che regolano fame, sazietà, ricompensa e attenzione verso gli stimoli alimentari. La riduzione del food noise potrebbe rappresentare l’espressione soggettiva di queste modificazioni.

Dr.ssa Valentina Fagotto

Fonti bibliografiche:

  • Dhurandhar EJ, Maki KC, Dhurandhar NV, Kyle TK, Yurkow S, Hawkins MAW, Agley J, Ho EH, Cheskin LJ, Sørensen TIA, Wang XR, Allison DB. Food noise: definition, measurement, and future research directions. Nutr Diabetes. 2025 Jul 8;15(1):30. doi: 10.1038/s41387-025-00382-x. PMID: 40628707; PMCID: PMC12238327.
  • Diktas HE, Cardel MI, Foster GD, LeBlanc MM, Dickinson SL, Ables EM, Chen X, Nathan R, Shapiro D, Martin CK. Development and validation of the Food Noise Questionnaire. Obesity (Silver Spring). 2025 Feb;33(2):289-297. doi: 10.1002/oby.24216. Epub 2025 Jan 19. PMID: 39828656; PMCID: PMC11774004.
  • Diktas HE, Cardel MI, Foster GD, LeBlanc MM, Dickinson SL, Ables EM, Chen X, Nathan R, Shapiro D, Martin CK. Development and validation of the Food Noise Questionnaire. Obesity (Silver Spring). 2025 Feb;33(2):289-297. doi: 10.1002/oby.24216. Epub 2025 Jan 19. PMID: 39828656; PMCID: PMC11774004.
  • Amorim Moreira Alves G, Teranishi M, Teixeira de Castro Gonçalves Ortega AC, James F, Perera Molligoda Arachchige AS. Mechanisms of GLP-1 in Modulating Craving and Addiction: Neurobiological and Translational Insights. Med Sci (Basel). 2025 Aug 15;13(3):136. doi: 10.3390/medsci13030136. PMID: 40843757; PMCID: PMC12372146.