Negli ultimi anni, i social media sono diventati una delle principali fonti di informazione in ambito nutrizionale, modificando profondamente il modo in cui le persone si rapportano al cibo, alla salute e al proprio corpo.
Piattaforme come TikTok e Instagram, caratterizzate da contenuti rapidi, visivi e altamente emotivi, favoriscono la diffusione di messaggi semplici, spesso semplificati o distorti, che tendono a prevalere sulla complessità della reale evidenza scientifica. In un tale contesto, la nutrizione si presta particolarmente alla disinformazione, poiché rappresenta un ambito in cui tutti si sentono legittimati a esprimere opinioni, indipendentemente dalle competenze.
Il problema non riguarda soltanto l’accuratezza delle informazioni, ma anche il loro impatto sulla salute pubblica. La diffusione virale di diete restrittive, eliminazioni non giustificate di intere categorie alimentari (pensiamo al gluten-free per non celiaci) e modelli alimentari estremi contribuisce a creare un clima di confusione e sfiducia nei confronti delle raccomandazioni ufficiali. Concetti complessi vengono ridotti a slogan, come nel caso della demonizzazione dei carboidrati o della promozione di regimi “detox” privi di basi fisiologiche. Il rischio è quello di una progressiva medicalizzazione ma anche estremizzazione dell’alimentazione, in cui il cibo viene percepito più come un potenziale danno che come un elemento di salute.
Un aspetto particolarmente rilevante è il legame tra disinformazione alimentare e Disturbi della Nutrizione e Alimentazione. L’esposizione continua a contenuti che enfatizzano la magrezza, il controllo calorico o la “perfezione” alimentare può favorire lo sviluppo di atteggiamenti disfunzionali, soprattutto nei soggetti più vulnerabili. Non si tratta soltanto di casi conclamati di anoressia o bulimia, ma anche di condizioni più sfumate e sempre più diffuse, come l’ossessione per il cibo “pulito” o “perfetto” (ortoressia), che possono compromettere significativamente la qualità della vita. In questo senso, i social media non sono soltanto un veicolo di informazioni, ma un vero e proprio ambiente che modella comportamenti e percezioni.
Un ulteriore elemento critico è rappresentato dalla figura dell’influencer nutrizionale. Spesso si tratta di soggetti privi di qualsivoglia formazione sanitaria che, tuttavia, riescono a costruire un elevato livello di credibilità attraverso strategie comunicative efficaci. L’uso di testimonianze personali verosimili, trasformazioni corporee -i “prima e dopo” che divengono virali- e linguaggi motivazionali crea un forte coinvolgimento emotivo, che tende a prevalere sulla valutazione critica dei contenuti. Al contrario, il linguaggio scientifico, più prudente e articolato, risulta meno immediato e quindi meno competitivo in termini di visibilità. Questo squilibrio comunicativo contribuisce a rendere la disinformazione più accessibile e persuasiva rispetto all’informazione basata sull’evidenza scientifica.
Le conseguenze di questo fenomeno si osservano anche nella pratica clinica. Sempre più frequentemente i professionisti sanitari si confrontano con pazienti che arrivano alla visita con convinzioni radicate, spesso difficili da modificare, derivanti da contenuti online. Ciò comporta un aumento della complessità del colloquio, che non riguarda più soltanto la definizione di un piano alimentare, ma anche la necessità di decostruire credenze errate e ristabilire un rapporto equilibrato con il cibo. e con il professionista. In questo contesto, appunto, il ruolo del medico e del nutrizionista si estende ben oltre la prescrizione, includendo una funzione educativa e comunicativa sempre più centrale.
Affrontare il problema della disinformazione alimentare richiede quindi un approccio multidimensionale. Da un lato, è fondamentale promuovere l’alfabetizzazione sanitaria, fornendo strumenti per distinguere le fonti affidabili da quelle non validate. Dall’altro, è necessario che i professionisti della salute acquisiscano competenze comunicative adeguate al contesto digitale, imparando a utilizzare gli stessi canali dei social media per diffondere contenuti corretti, accessibili e scientificamente fondati. La sfida non è soltanto contrastare la disinformazione, ma rendere l’informazione di qualità più visibile, comprensibile e rilevante per il pubblico.
La disinformazione nutrizionale sui social media rappresenta una vera e propria emergenza sanitaria silenziosa, capace di influenzare comportamenti, scelte alimentari e stato di salute della popolazione. Riconoscerne la portata è il primo passo per sviluppare strategie efficaci di prevenzione e intervento, in cui la competenza scientifica si integri con una comunicazione moderna, responsabile e consapevole.
Dr.ssa Valentina Fagotto
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